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Verba volant video manent

Verba volant video manent

Ricerca video rimosso salvini su google«L’essenziale è invisibile alle sponsorizzate» recita uno degli ultimi post della pagina Facebook “Sapore di male“. Gli amministratori della pagina sono tra i pochi che hanno capito, come spesso capita loro, il senso, il significato, i nessi che sottendono all’ultimo esempio di pre-intelligenza che ormai vizia la discussione, non sono politica e non solo in Italia.

Due milioni di contenuti in tre ore

Lo screenshot in apertura di post è emblematico: oltre 2 milioni di risultati nell’arco di tre ore sull’argomento. Tutti (o quasi) rilasciati pescando da siti e portali di informazione, più o meno autorevole. Non c’è verso e non se ne viene fuori. Per curiosità sono andato a controllare nuovamente il numero di record rilasciati da Google con le stesse keywords: in cinque minuti -tanti sono quelli che ho trascorso scrivendo queste prime righe- il risultato è già aumentato a 2.380.000. Trecentomila risultati in più in soli cinque minuti.

La rimozione del video di Matteo Salvini

screenshot facebook sapore di maleTutti a digitare e a dire la propria su una questione che andrebbe liquidata con l’ironia dei ragazzi di “Sapore di male”, una risata intelligente e chiudiamola lì. E invece no: analisti, politologi, giornalisti di ogni risma e di ogni razza a dire la propria su una vicenda che aveva già del grottesco quando è stata ripresa da televisioni e giornali e che dimostra, ancora una volta, il potenziale di imbecillità che ci sta bombardando senza soluzione di continuità. Vengo al punto: sì, Facebook ha tolto il video del segretario federale della Lega DOPO le elezioni regionali in Emilia Romagna perché doveva incassare l’incassabile. Cosa diamine c’è di strano in tutto questo? Cosa c’entrano i tribunali del popolo, i tribunali di Facebook, la libertà di opinione e di pensiero?

Un esempio, il Corriere della Sera

Il Corriere della Sera si domanda: «Perché è stato rimosso? E perché è stato rimosso a urne chiuse, se c’è una correlazione temporale fra i due eventi?». Ma come perché è stato rimosso? Davvero c’è bisogno di chiedersi perché è stato rimosso? Perché era un video indegno cui il Corriere ha dedicato fiumi d’inchiostro proprio per la sua natura discriminatoria. Ecco perché. E davvero c’è bisogno di chiedersi perché è stato rimosso a urne chiuse? Per i soldi, ecco perché. Ma, non contenti e -forse- per tentare di dare spessore e un tono aggiungono: «I quesiti sono importanti perché la piattaforma ha un ruolo attivo nel dibattito pubblico» portando ad esempio la sentenza del Tribunale di Roma, che ha intimato a Facebook a riaprire la pagina social di Casapound, cercando così di salvare capre e cavoli perché i due avvenimenti sono distanti anni luce. Da un lato c’è l’attività, biasimevole e sconsiderata, del singolo cittadino, giacché segretario di un partito politico (il video è stato postato sulla pagina personale di Salvini e non su quella della Lega – Salvini Premier), dall’altro l’accesso al dibattito pubblico di un partito politico (di fatto, il giudice cita l’art. 49 della Costituzione).

L’importanza dei social network

Ma la vera questione, che forse è giunto il momento che i giornali e i giornalisti si pongano è: chi è stato a rendere Facebook, e i social network in generale, «parte attiva del dibattito pubblico»? Chi, ormai da anni, ha preso l’abitudine di starsene seduto davanti a uno schermo e attingere a mani basse dalle informazioni che Tizio, Caio e Sempronio postano spasmodicamente sui social network? Chi ha dato spessore, vigore, vitalità, fama e fortuna ad aziende private che hanno un solo scopo (fare soldi) come tutte le imprese di questo mondo? I social network sono diventati le agenzie di stampa dei quotidiani mentre le testate giornalistiche sono diventate i fornitori dei contenuti informativi dei social network.

La colpa, le colpe: chi rosica e chi ringrazia

E mentre i primi ringraziano perché tra un tweet e un post il loro nome è costantemente su tutte le pagine dei giornali e su tutte le televisioni del mondo (con evidenti ritorni di pubblicità assolutamente gratuita), i secondi rosicano e pretendono riconoscimenti di copyright e una suddivisione più equa delle entrate pubblicitarie. Mia madre, che ha 70 anni, non saprebbe nemmeno dell’esistenza di Facebook se non fosse che sente questo benedetto nome continuamente in televisione. Per accedere a Facebook si firma un contratto. Lo si fa volontariamente. Nessuno ci obbligava, ci ha obbligato e ci obbliga a iscriverci al social network di Zuckenberg (così come a tutti gli altri). E soprattutto, Facebook non è gratis, come crede la stragrande maggioranza delle persone correlando gratuità e denaro. Sono banalità? Forse. Ma «a volte, compito delle persone intelligenti, è la riaffermazione dell’ovvio» (George Orwell).